|
Diario
15 gennaio 2010
Mobbing ad una straniera
http://www.dols.net/magazines_news.php?id_micro=57&id_sub=10013&id_news=1890 di Cinzia Ficco
Solo perchè diversa. Intervista a Anat Hila Levi, ebrea israeliana
Guarda ai fatti di Rosarno, in Calabria, con tristezza.
Perché lei ci è passata, pur non avendo la pelle nera. Aveva solo la
colpa di non mangiare carne di maiale, non mescolare latte e carne, prepararsi
allo shabbat, riposarsi il sabato e venire da Tel Aviv. “Da
qualche anno – racconta- le cose sono cambiate. E la piccola comunità di
italiani in provincia di Pordenone che mi ospita da tredici anni, si è fatta più
accogliente. Ma agli inizi ho dovuto sopportare maltrattamenti,
umiliazioni, mobbing, che mi hanno costretta a dimettermi. Poi Dio
mi ha trasmesso una forza indescrivibile per affrontare persino il dolore
dell’allontanamento della mia famiglia d’origine.
Sono le parole
di Anat Hila Levi, 45 anni, israeliana, madre di due gemelline
di dodici anni, presidente dell’Associazione Pordenonese Italia-Israele,
sorta nel 2002, e che oggi studia al collegio rabbinico di Roma per
conseguire la laurea italiana. Insegnante di lingua ebraica ha vinto un concorso
del ministero della Difesa per insegnare la lingua ad un ufficiale che assumerà
un incarico diplomatico.
L’abbiamo
intervistata. Sono venuta in Italia il 27 febbraio del ‘97 Per amore
di mio marito. Vivo in un piccolo comune del Friuli Venezia Giulia, di ventimila
abitanti. In Israele ero “Atudait''.
Cioè? Dopo aver studiato chimica e un anno di
Astronomia all’Istituto Weitzman, a diciott’anni, con altri studenti delle
superiori, ho avuto il permesso del ZHL, esercito israeliano, di continuare a
studiare per conseguire il diploma di perito chimico. Poi avrei svolto il
servizio militare obbligatorio. Sono stata in Mezpe Ramon nel deserto del
Neghev, aeronautica per due anni. Dopo ho lavorato nella ricerca in una ditta
di medicinali in Israele. Mi sono occupata di un farmaco per il cuore. Poi
ho lavorato come assistente finanziaria, avendo anche il diploma in ragioneria.
La sera studiavo giornalismo. Successivamente mi sono iscritta
all’Università, alla facoltà di economia e commercio. Ora studio al collegio
rabbinico di Roma, per la laurea italiana.
Mi parla della sua
famiglia? Mia madre ha fatto la guerra del 1948.
Era un’eroina e mio padre un diplomatico, ma i miei
genitori hanno divorziato e non ho mai avuto rapporti con mio padre, se non per
tre volte in questi ultimi anni. Dopo il matrimonio mi sono occupata delle
mie figlie. Quando le bambine hanno raggiunto i tre anni, per meglio
integrarmi in Italia, ho cercato e trovato lavoro nel commercio.
Poi? La nuova direttrice dell’ufficio in cui
lavoravo ha cominciato a farmi mobbing. Mi insultava ed umiliava di fronte a
colleghi e clienti, che talvolta rifiutavano di parlare con me, perché
straniera. Una volta in direzione, ho sentito alle mie spalle una collega che
diceva: “Sporca ebrea. Al lavoro mi hanno detto che provocavo ansia. Ho
sentito dire al lavoro: Ti facciamo rimanere, basta che non fai terrorismo qui
Il direttore generale mi diceva che loro non mi avrebbero mai accettata e
che mi conveniva cercare un altro lavoro. Così mi sono dimessa dopo cinque
anni di lavoro e due di mobbing pesante. All’inizio dunque,
ha avuto molte difficoltà! C’era c’è molta curiosità intorno a me.
Ho sentito dire che ero venuta in Italia, perché in Israele c’è guerra,
per lavoro e per avere la cittadinanza italiana da matrimonio. Ho sentito
dire che sarei scappata con le bambine, perché ero straniera. Gli amici si
sono allontanati, perché ero diversa, espansiva, forte di altri pensieri. Quando
facevo dei regali ai loro bambini, mi guardavano male. Era strano per loro.
Avevano paura di dover ricambiare in qualche modo. Ho sentito dire che io
potevo solo pulire mensole, perché non conoscevo la lingua
italiana.
Ma perché secondo lei? Penso che avessero
paura, ero diversa e qui, tredici anni fa non c’erano tanti stranieri come
ora. Per loro uno straniero è un povero, uno che non ha studiato. E non è
sempre cosi. Nei negozi dove entravo per possibili acquisti, capitava mi
dicessero che l’articolo costava tanto, come se sapessero quanto potevo
spendere. Questi sono pregiudizi che come dice Martin Buber derivano dalla
mancanza di esperienza. Certo, mangio in modo diverso, mi occupo della casa,
vivo la vita di coppia e di famiglia, in modo diverso. Educo le bimbe a valori
differenti. Ma il rispetto deve esserci sempre.
Da chi veniva il
disprezzo nei suoi confronti? Da gente di sinistra e destra. Anzi,
più dalle persone di sinistra. Io vengo dalla sinistra di Israele e facevo parte
del partito “Meretz'' . Ma penso che qui l’informazione su Israele
non sia corretta. Però, non ho trovato solo male. Ho conosciuto molte
persone care. che amano Israele e gli ebrei, che conoscono molti aspetti poco
noti dell’ebraismo. Il rifiuto deriva spesso da stereotipi come l’accusa di
deicidio nei confronti di Gesù e altri pregiudizi. Ognuno vive come e
secondo la sua cultura e la sua religione. Se dico che non mangio maiale per la
mia religione non va bene. Le cose cambiano, se adduco motivi di salute. Ma
perché succede questo e non si è liberi?
E lei cosa
dice? Spesso mi dicevano che vivendo in Italia, dovevo vivere come
italiana cristiana, e che dovevo trattare mio marito e le mie figlie con i
principi cristiano-cattolici. Eppure avevo cambiato usi e costumi, al punto che
in Israele notavano un mio cambiamento ed io ero a disagio in certi loro
comportamenti che erano una volta a me comuni.
Cosa dovrebbero
imparare gli italiani? Ho trovato in Italia anche persone che mi
hanno parlato male dei musulmani solo perché li ritengono nostri avversari. Ma
Israele non vuole essere amata, perché si odiano i suoi nemici, vuole essere
amata per quanto ha di buono e apprezzabile. Gli israeliani come me, quelli che
sono nati in Israele, sono detti “Sabre'', fico d’India. Con le spine fuori, ma
con una grande dolcezza interiore. Noi ebrei in Israele siamo finalmente
liberi di vivere senza persecuzioni e pogrom. Siamo tornati nella terra dei
nostri padri, che Dio ha dato a Mosè per il nostro popolo prescelto come popolo
sacerdotale. Ora in quelle terre possiamo difenderci da coloro che vogliono
distruggerci oggi come in passato. Noi vogliamo solo vivere in pace con tutti e
secondo le nostre millenarie tradizioni. Ma c’è stato sempre qualcuno che ci ha
voluto distruggere.
Dalla sua famiglia ora non riceve
amore! E’ vero che la maggior parte della mia famiglia ha
raffreddato i rapporti con me, forse per il fatto che ho sposato un non ebreo e
per aver lasciato Israele. Ma sono molto sionisti (ricordo che il termine indica
un sentimento nazionalistico e patriottistico finalizzato a dare uno stato
libero agli ebrei della diaspora nella loro terra biblica) e anche religiosi
osservanti. Mio nonno era il rabbino capo della comunità ebraica
dell’Azerbaijan. E’ difficile però condividere un tale atteggiamento. Gli
Israeliani spesso si atteggiano a vittime Gli israeliani non fanno le
vittime, a volte sono vittime: di attentati, missili, false
accuse, antisemitismo spesso mascherato da antisionismo, ignoranza e
disinformazione. Per capire un popolo bisogna
conoscerlo. Io stessa mi sono informata, ho ricercato e studiato
la popolazione locale con la quale dovevo convivere. Tra l’altro ho avuto la
possibilità di scrivere alcuni brani dell’Agenda friulana del 2007 e del 2008:
luoghi ebraici in Friuli. E facendo queste ricerche negli archivi, ho trovato
molte similitudini tra friulani ed ebrei. Entrambi migranti, entrambi vessati ed
invasi. Quanto pesa essere figlia di
un’eroina? La mia mamma è entrata giovanissima nelle formazioni del
Palmach per patriottismo, lasciando la sua famiglia che ignorava la sua nuova
vita. Lei durante la guerra del 1948 prestava soccorso in prima linea ai
combattenti ed è stata protagonista di molti atti eroici per aiutare i feriti,
lei stessa fu ferita. Figlia di una gran donna, sono cresciuta in un
ambiente impregnato di valori e ricordi, tra personaggi di primo piano della
storia d’Israele. La mia mamma mi ha trasmesso nobili sentimenti, ma ho
imparato che dalla guerra non escono vincitori e vinti, bensì dolore, lutti e
vittime. La mia missione è far conoscere la realtà israeliana e la cultura
ebraica. Di qui l’idea dell’Associazione. Lei ha visto morire Yitzhak
Rabin. Era la sera del sabato sera 4 novembre del ‘95, stavamo
preparando la manifestazione per la pace in Kikar Malchi Israel a Tel Aviv.
Passai a prendere un mio collega. In piazza avevamo disposto un banchetto.
Cominciammo a distribuire magliette con la scritta: “la strada per la pace.
Nell’aria c’erano amore, pace, serenità. Che bella sensazione! Era bello, tante
persone, palloncini, musica, voci e canti. Il mio Ytzach salì sul palco e
alla fine tutti cantarono la canzone della pace. Era tardi e io dovevo finire
alcuni lavori per l’Università, ma volevo salutarlo e camminavo verso il palco
per poi proseguire verso casa. All’improvviso, spari. Urla, Vidi Rabin crollare.
Gli avevano sparato.
Conflitto israelo-palestinese! Questo è un lungo
conflitto di torti e ragioni. Io, ebrea nata e cresciuta in Israele, sono sempre
stata educata al rispetto del prossimo e anche del nemico, mai ad odiare. Ai
nostri bambini viene insegnato il valore della vita di tutti che va difesa e
vissuta. Dall’altra parte quotidianamente i messaggi di odio, terrore e
disprezzo della vita passano sui mezzi di comunicazione e persino sui libri
scolastici. I bambini palestinesi vengono educati all’odio contro gli ebrei,
definiti scimmie e maiali da massacrare anche sacrificando la propria vita. Sui
loro libri, lo stato di Israele non esiste, tutte le città israeliane sono
indicate come arabe (persino Tel Aviv che è stata fondata sulle dune sabbiose
cento anni orsono da famiglie ebree), Gerusalemme viene indicata come araba.
Questo piccolo stato, Israele, la cui nascita è stata votata dall’Onu nel 1948,
doveva dividere con un nuovo stato arabo a ovest del Giordano ciò che rimaneva
della Palestina mandataria inglese, dopo che dalle ceneri dell’impero ottomano
(non da stati palestinesi mai esistiti) si erano già costituiti: la Giordania
(quindi stato arabo palestinese già esistente) e l’Iraq, per non dire nella zona
francese della Siria e del Libano.
Diceva del piccolo Stato ì Voleva essere il focolare
del popolo ebraico perseguitato da duemila anni, cioè da quando era stato
scacciato da quelle terre dai Romani che ne distrussero il Tempio, Gerusalemme e
massacrarono gran parte della popolazione.
Gli arabi, che in fondo sono un unico popolo (la nazione araba) hanno molti
stati, dal Marocco all’Iraq, che si estendono su territori vastissimi, non
vogliono un piccolo stato ebraico tra loro, bensì eventualmente un altro stato
arabo.
Israele invece sin dalla proclamazione di indipendenza ha accettato una
piccola porzione di territorio su cui vivere in pace accanto ai vicini arabi e
ha chiesto agli arabi che risiedevano dentro i suoi confini di rimanere e
costruire il futuro a fianco degli ebrei. In cambio ha avuto guerra e
terrorismo.
Oggi su sette milioni di abitanti, vivono in Israele un milione e mezzo di
arabi che sono cittadini e godono di pieni diritti civili e religiosi come tutti
gli altri (tranne l’onere e l’onore di far parte delle forze di difesa per
motivi di sicurezza).
Negli stati arabi invece dopo i vari conflitti, gli ebrei sono stati quasi
o interamente espulsi e discriminati.
Ora la situazione sul terreno a sessant’anni dalla rinascita di Israele è
complicata, ma per un reciproco riconoscimento al diritto di esistere, di vivere
in pace all’interno di confini concordati e riconosciuti è necessaria una
separazione tra vicini che porti a una coesistenza se non ancora a una
collaborazione.
Pensiamo per un momento se gli arabi avessero accettato nel 1948 la nascita
di uno stato palestinese a fianco di quello ebraico. Avremmo due stati prosperi
e avanzati, invece di guerre, lutti e dolore.
Io stessa e il mio partito politico abbiamo sempre cercato il dialogo con
gli arabi e Arafat, ma quest’ultimi hanno continuato a perdere tutte le
occasioni storiche per avere uno stato.
E gli errori di Israele? Anche Israele ha fatto degli
errori, ma sempre per la difesa della sua sopravvivenza e mai nel tentativo di
distruggere gli altri.
Quindi bisogna educare i bambini alla vita e alla pace e non all’odio. Solo
così avremo delle generazioni che potranno sostituire quelle rovinate da
tenebrose propagande, da anni di odio inculcato sin dalla
culla.
Mobbing
Antisemitismo
Diversi
| inviato da nichisus il 15/1/2010 alle 18:58 | |
25 dicembre 2009
Il Natale dei cristiani di Betlemme
http://www.ilfoglio.it/zakor/365 24 dicembre 2009 - ore 19:12 Il Natale dei cristiani di Betlemme di Giulio Meotti
Abbiamo scritto tanto sulla persecuzione dei cristiani di Betlemme
per mano del fondamentalismo islamico. I cristiani se ne stanno
andando, esausti, dalla città di Gesù, o ci vivono in una condizione di
tragica minorità. Sui mezzi di informazione cattolici il fenomeno, le
rare volte in cui viene raccontato, è additato alla discriminazione
imposta da Israele. La verità, come più volte abbiamo anche noi tentato
di spiegare, è ben esposta da Daniel Schwammenthal sul Wall Street Journal. Sessan'anni fa i cristiani qui erano l'80 per cento della popolazione, oggi meno del 20.
P.S. Nella fotografia preghiera islamica nella piazza della
mangiatoia a Betlemme. Dimostrazione di potere e superiorità sugli
"infedeli".
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
fondamentalismo islamico
| inviato da nichisus il 25/12/2009 alle 12:6 | |
13 novembre 2009
Straordinariamente, Naftule Brandwein proposto da Sparks e Cohen
http://www.055news.it/notizia.asp?idn=33135
13/11/2009
Ascoltare Naftule Brandwein sul palco, a metà degli anni ’30, avvolto dai suoi costumi sgargianti, con appese al collo decine di lampadine natalizie, e magari proprio quella sera che prese la scossa durante un concerto,deve essere stata un’esperienza memorabile. Un bel tipo davvero Naftule, con qualche vizio di troppo certo, forse un pò esuberante, ma pur sempre l’unico vero klezmer man, con il klezmer nel sangue. Verrebbe da immaginarselo raccontato in un fumetto di Robert Crumb, piuttosto che in un aspro racconto di Raymond Carver... e proprio aquel Naftule che giocava con il neon della scritta della sua orchestra, verrà dedicato il concerto di stasera al Pinocchio Jazz di Firenze, quando Tim Sparks e Greg Cohen (chitarra e contrabbasso) presenteranno il disco "Little Princess", edito per la Tzadik, con dei nuovi speciali arrangiamenti del repertorio di Naftule, a firma di due tra i più grandi fuoriclasse della scena contemporanea.
Greg Cohen è uno dei più apprezzati artisti della scena internazionale, membro dei gruppi Masada, punta di diamante della scuderia Tzadik di John Zorn, e già al fianco di artisti come Tom Waits. Dal 2000 suona insieme al virtuoso chitarrista Tim Sparks, originario del North Carolina, ma residente a Fargo, nel North Dakota,“lontano da tutto”, come dicono i suoi amici. Proprio quella Fargo resa celebre dal film dei fratelli Coen.
Appassionato di blues e border line music, Sparksha approfondito le mille sfaccettature della musica ebraica in una serie di progetti della collana Radical Jewish Culture, ultimo dei quali, Little Princess, dedicato al clarinettista klezmer Naftule Brandwein, il tradizionale repertorio del quale viene sapientemente arrangiato in chiave ventunesimo secolo, su frequenze di struggente armonia e seducente arguzia come solo i fuoriclasse sanno fare.
Tim Sparks vince nel 1993 il campionato di fingerstyle che si svolge in Kansas con dei particolari arrangiamenti di una suite dello Schiaccianoci di Tchaikovsky. Da quel momento è stata un’ascesa continua e una affermazione nell’olimpo tra i più grandi chitarristi al mondo. Inventore di una tecnica e di uno stile tutto suo, Sparks riesce a fare tesoro anche di numerose tradizioni musicali, facendo del “viaggio” la linfa per la sua vena creativa. Dai Balcani al Mediterraneo, Sparks spazia da repertori romeni o albanesi, fino a progetti classici e atmosfere con venature blues. Dal suo ingresso nella scuderia Tzadik di John Zorn (nel 1999), con la quale ha già inciso cinque dischi, ha approfondito lo studio delle radici musicali ebraiche, diventandone oggi uno dei maggiori conoscitori e interpreti.
I suoi arrangiamenti delle musiche di Naftule Brandwein insieme al contrabbassista Greg Cohen, sono uno dei momenti più alti in assoluto da quando il jazz ha incontrato la musica ebraica.
Greg Cohen ha suonato e registrato in vari storici gruppi degli anni ’60, dimostrandosi in più occasioni un artista senza eguali. Solo per citare alcuni musicisti con cui ha suonato o con cui collabora stabilmente: Ornette Coleman, Bill Frisell, John Zorn, and Dave Douglas, solo per citarne alcuni. La sua esperienza musicale viaggia però oltre i semplici confini del jazz, lo cercano infatti in ambito rock gruppi come i Rolling Stones, Lou Reed e Laurie Anderson,diventando inoltre una colonna e un punto fermo delle formazioni stellari di Tom Waits fin dall’album Heart attack and Vine del 1980.
Naftule Brandwein, (1884–1963) è oggi riconosciuto come uno dei più influenti clarinettisti di origini ebraiche della Storia del Klezmer. Nato in Ucraina in una numerosa famiglia di artisti, Naftule era destinato a lasciare il segno nella Storia della musica, il padre infatti suonava il violino per sbarcare il lunario ai matrimoni e ai funerali, e la maggior parte dei suoi tredici figli erano come lui musicisti, tra i quali Azriel, che diventerà col passare degli anni, il vero ispiratore per il piccolo Naftule, che una volta emigrato negli Stati Uniti (1908) all’età di diciannove anni, si affermerà nello scenario musicale anche come direttore di un’importante orchestra, arrivando addirittura ad autoproclamarsi il “Re della musica ebraica”, “The King of Jewish Music”.
Tra il 1922 e il 1927 incide circa 25 album, alcuni con la Abe Schwartz's orchestra, altri da solista; ma la sua fama mondiale, a dire il vero era più legata al mito, al personaggio, alla sua eccentrica e colorita personalità, più che al suo effettivo talento musicale. La sua esuberanza lo portò comunque a contendersi con Barras, lo scettro del più importante musicista klezmer della prima metà del XX secolo ma è anche vero che la sua reputazione artistica veniva spesso preceduta dalla fama del suo carattere irascibile e dal suo amore per l’alcol.
La sua ultima registrazione risale al 1941, dopodichè una carriera silenziosa e nascosta, che non lo ha più visto emergere, anche perché l’effettiva riscoperta delle tradizioni klezmer è avvenuta solo nel 1970, a sette anni dalla sua morte. Oggi, nonostante tutto, i più grandi appassionati del genere non hanno dubbi,l’unico vero sound klezmer, quello “originale", era quello di Naftule!
Straordinariamente ...
Venerdì 13 Novembre 2009
Pinocchio Live Jazz - XVI edizione
"Little Princess"
TIM SPARKS - GREG COHEN suonano le musiche di Naftule Brandwein, presentazione del cd edito per la Tzadik
inizio concerto ore 22.00
Tim Sparks - chitarra
Greg Cohen - contrabbasso
klezmer
naftule brandwein
| inviato da nichisus il 13/11/2009 alle 19:37 | |
10 novembre 2009
La Jihad Islamica a Gaza
http://www.desinfos.com/spip.php?page=article&id_article=15828&id_document=1336#documents_portfolio
Venerdì, decine di migliaia di palestinesi si sono riuniti per una manifestazione a Gaza in occasione dell’anniversario della morte del fondatore del movimento della Jihad islamica ucciso 15 anni fa.
Il Jerusalem Post riferisce che durante la manifestazione, il leader de gruppo, Nafez Azzam, ha esortato i manifestanti a rifiutare i negoziati con Israele.
Il movimento della Jihad islamica, che è stato fondato nella Striscia di Gaza nel 1970 da Fathi Shikaki e Abd Al Aziz Awda, è una derivazione della Jihad islamica egiziana.
La Jihad islamica è classificata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea (dal 2001). Usufruisce di un supporto finanziario molto importante da parte dell'Iran e di un supporto logistico da parte della Siria e di Hezbollah. Tutto ciò le consente, partendo da Siria e Libano. di lanciare attacchi e attentati suicidi contro cittadini israeliani e incoraggiare il terrorismo a Gaza e in Cisgiordania.
Vedere le foto della manifestazione qui: http://www.bivouac-id.com/forum/viewtopic.php?t=20490
http://www.paltoday.com/arabic/News-61827.html
http://www.paltoday.com/arabic/News-61808.html
http://www.paltoday.com/arabic/News-61814.html
http://www.paltoday.com/arabic/News-61788.html
gaza
jihad islamica
| inviato da nichisus il 10/11/2009 alle 3:23 | |
10 novembre 2009
Venti di guerra in Medio Oriente
http://www.altrenotizie.org/esteri/2813-venti-di-guerra-in-medio-oriente.html
di Eugenio Roscini Vitali Martedì 10 Novembre 2009  L’allarme è stato lanciato dal Generale Amos Yadlin, capo dell’Agaf
HaModiin (Aman), l’intelligence militare israeliana: il braccio armato
di Hamas avrebbe a disposizione un numero imprecisato di razzi di
fabbricazione iraniana con un raggio d’azione di 37 miglia (60
chilometri), capaci quindi di raggiungere la periferia di Tel Aviv. Nel
corso di un dibattito a porte chiuse, Yadlin ha riferito alla
Commissione Difesa e Affari Esteri della Knesset che il primo novembre
i miliziani del gruppo islamico palestinese hanno compiuto con successo
il test di un missile identificato come Silkworm C-802, lanciato sul
Mediterraneo dalla costa occidentale della Striscia di Gaza.Anche
se l’Aman non ha precisato da chi sarebbe stato fornito il missile, la
notizia, diffusa il 3 novembre scorso dalla stampa israeliana,
confermerebbe i sospetti espressi nei mesi scorsi dai servizi segreti
ebraici sulle intenzioni di Teheran di continuare ad armare il Medio
Oriente, e in particolare Hamas ed Hezbollah. Secondo le informazioni
in possesso, i militanti islamici sarebbero ora in grado di colpire le
aree urbane che sorgono a sud della capitale israeliana (? No Tel Aviv non è la capitale di Israele), Hulon e
Bat-Yam, la città di Rishon-Letzion, l’aeroporto internazionale
Ben-Gurion e i principali collegamenti stradali che da Tel Aviv
raggiungono Gerusalemme e molte alte località dell’entroterra. Evoluzione
del modello da esportazione del missile cinese Ying-Ji-802 (YJ-82), il
Silkworm C-802 è lo stesso razzo con cui Hezbollah, il 15 luglio 2006,
ha colpito e danneggiare seriamente (nell’attacco morirono quattro
militari) la INS Hanit, una corvetta classe Saar 5 della Heil HaYam
HaYisraeli, la Marina Militare israeliana. A causa delle innumerevoli
modifiche tecniche apportate, oggi non è abbastanza chiaro quante
versioni ne esistano e quale sistema d’arma sia nelle mani Hamas: il
primo YJ-8 (C-801), presentato nel 1989 dalla China Haiying
Electromechanical Technology Academy (Cheta), pesava 815 chilogrammi ed
aveva un range di 42 chilometri, 80 per il modello YJ-81 (C-801A). L’ultimo
modello (YJ-82, indicato dalla NATO con il codice CSS-N-8 Saccade) è
mosso da un motore turbo-jet, monta una testata da 165 chilogrammi e
alla velocità massima di 0.9 mach (1102 km/h) raggiunge una distanza di
120 chilometri. Per le sue caratteristiche tecniche e per il
sofisticato sistema anti-jamming è difficilmente intercettabile e nel
98% dei casi riesce a centrare l’obbiettivo; nella sua versione da
esportazione (C-802), lo Ying-Ji-802 è utilizzato dalle marine militari
di Algeria, Bangladesh, Indonesia, Iran (più di cinquanta quelli
dislocati sull’isola di Qeshm), Pakistan, Tailandia ed in Libano dai
miliziani del movimento sciita Hezbollah. L’intelligence
israeliana sospetta che il missile lanciato nei giorni scorsi dal
braccio armato di Hamas, le brigate Ezzedin al-Qassam, sia stato
contrabbandato da Hezbollah e che gli istruttori siano militanti del
gruppo sciita libanese. Il segnale è comunque chiaro: armare il
movimento islamico palestinese per interrompere il blocco navale
imposto da Gerusalemme sulle acque prospicienti la Striscia di Gaza;
una strategia già applicata con successo nel paese dei cedri dove,
grazie ai missili iraniani, Hezbollah è risuscito a trasformare la
costa libanese in una vera e propria roccaforte, la più difesa costa
del Mediterraneo. A Gerusalemme sono inoltre preoccupati del fatto che,
oltre all’area urbana di Tel Aviv, i palestinesi sono ora in grado di
colpire le strutture militari e i porti, soprattutto quello di Ashdod,
oltre che un numero non precisato di obiettivi strategicamente
importanti come depositi carburanti e munizioni, centrali elettriche e
nodi vitali per le telecomunicazioni. Nel 1987 l’Iran usò proprio
questo tipo di missili per bombardare le istallazioni petrolifere in
Kuwait. In relazione al contrabbando di armi verso Gaza, alla
fine di ottobre il sito israeliano Debka aveva parlato del
coinvolgimento della Forza al Quds, l’unità speciale dei Guardiani
della rivoluzione iraniana che all’estero organizza, addestra, finanzia
ed equipaggia i movimenti islamici legati al terrorismo internazionale.
Secondo l’intelligence dello Stato ebraico i miliziani del Generale
Qassem Suleimani starebbero cercando di far arrivare nella Striscia di
Gaza i missili di superficie Fajr-5, razzi che hanno una gittata di 75
chilometri e possono quindi arrivare a colpire l’area settentrionale
della capitale israeliana. Smontati in 8-10 sezioni e portati
clandestinamente fino ai porti del Sudan, i vettori arriverebbe ai
campi di addestramento palestinesi che sorgono al confine con l’Egitto
per poi raggiungere clandestinamente i Territori controllati da Hamas
attraverso il Canale di Suez, il Sinai e i tunnel sotterranei di Rafah. Che
nel vicino Medio Oriente qualche cosa bolla in pentola lo provano anche
i fatti accaduti tra il 3 e il 4 novembre scorso a largo di Cipro,
fatti che secondo il Servizio di sicurezza generale per gli affari
interni (Shin Bet) dimostrano come Teheran sia fermamente intenzionata
ad armare non solo Hamas ma anche le milizie Hezbollah. Nel quadro
dell’operazione “Four Species”, durante un’ispezione a bordo del cargo
“Francop”, avvenuta a circa 100 miglia dalla costa dello Stato ebraico,
i commandos della Flottiglia 13, unità speciale israeliana, hanno
trovato un carico di 500 tonnellate di armi, un quantitativo 10 volte
superiore a quello scoperto nel gennaio 2002 sulla Karin A. Sulla nave,
battente bandiera dell’Antigua, sono stati rinvenuti 9 mila proiettili
da mortaio, 3 mila munizioni d’artiglieria, 2 mila razzi da 122 e 107
millimetri, 600 mila proiettili 7.62 per fucili d’assalto AK47 e 20
mila granate a frammentazione. Un vero arsenale che per le autorità di
Gerusalemme si va ad aggiungere a quello che da mesi alimenta il gruppo
armato libanese. In questo caso le armi sarebbero arrivate nel
porto egiziano di Damietta (Dumyat) a bordo della Iranian Visea, nave
di proprietà della Iran Shipping Lines (IRISL): il carico, imbarcato a
Bandar Abbas (Stretto di Hormuz) o a Bandar Imam Khomeini (Golfo
Persico), è salpato il 14 ottobre per il Mediterraneo; dopo aver fatto
tappa a Jabel Ali (Dubai), il 26 ottobre la Visea avrebbe raggiunto il
porto egiziano e, dopo aver scaricato i container, sarebbe ripartita
per Felixtowe, 60 chilomentri a nord di Londra, ed Amburgo. In Egitto
il carico è rimasto fino al 1°novembre, giorno in cui viene caricato
sul Francop, nave mercantile di proprietà della compagnia tedesca
Francop Schiffahrts GmbH & Co, che al momento della scoperta delle
armi dichiarerà di non essere stata a conoscenza del materiale
trasportato. Intercettato il 4 novembre, il cargo, abitualmente
utilizzato per il trasporto di alimentari tra il Damietta, Limassol
(Cipro), Beirut (Libano) e Latakia (Siria), viene scortato nel porto
israeliano di Ashdod e sottoposto a nuove ispezioni. Riprenderà il mare
il giorno successivo. Tornando al missile lanciato dalle
coste palestinesi, Hamas nega ogni cosa e considera le accuse del
Generale Amos Yadlin una “macchinazione” per creare nell’opinione
pubblica un allarme generalizzato, un tentativo malriuscito per
depistare l’attenzione della comunità internazionale dalle 575 pagine
che compongono il rapporto Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso” a
Gaza. Due giorni dopo la notizia sul lancio del missile palestinese,
l’Assemblea generale delle Nazioni Unite avrebbe infatti votato una
risoluzione di condanna contro le forze armate israeliane, accusate di
aver compiuto crimini di guerra contro i civili che abitano la
Striscia, e contro i miliziani di Hamas, colpevoli di aver puntato i
loro razzi contro la popolazione ebraica del Neghev. Approvata a
maggioranza (114 Paesi a favore, 18 contrari e 44 astenuti), la
risoluzione non ha comunque scalfito le posizioni di Israele, che ha
anzi ribattuto affermando che il rapporto Goldstone è un tentativo
arabo di infangare la reputazione dei capi militari ebraici ed ha
invitato l’Onu a concentrare la sua attenzione sulle violazioni
iraniane alle risoluzioni 1747 e 1701 del Consiglio di Sicurezza. II
6 novembre 2009 il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman,
ha dichiarato: “Durante l’Operazione Piombo Fuso, Israele ha dato prova
di alto livello morale e anche in futuro intende difendere la
popolazione dalla minaccia dei razzi in possesso dei suoi vicini;
Israele respinge la risoluzione dell'Assemblea Generale dell'Onu che è
completamente avulsa dalla realtà che Israele deve affrontare sul
terreno”. L'operazione militare Piombo Fuso ha avuto inizio il
27 dicembre del 2008; l’invasione via terra della Striscia di Gaza è
partita il 3 gennaio 2009; la guerra si è conclusa il 18 gennaio; sono
morti 1203 palestinesi di cui 410 bambini; migliaia i feriti, molti con
dei quali in modo irreversibile; 5300 le persone che hanno subito
l’amputazione di un arto; 13 gli israeliani che hanno perso la vita,
quasi 200 i feriti. Il 7 novembre il leader di Hamas, Khaled
Meshaal, ha invitato il presidente palestinese Mahmoud Abbas a
interrompere ogni tentativo di compromesso con Israele e gli ha
proposto di mettere fine alle divisioni tra i palestinesi: “il
compromesso con Israele, nato con gli accordi di Oslo del 1993, ha
fallito nel tentativo di bloccare l’espansione degli insediamenti
israeliani e non ha sostenuto i palestinesi nello stabilire un loro
stato indipendente nelle terre occupate dagli ebrei con la guerra del
1967; qualunque leader palestinese creda realmente nel diritto al
ritorno, deve sapere che l’unico modo per farlo non è attraverso i
negoziati, ma con la lotta santa, la resistenza e l'unità nazionale”.
Hamas
Hezbollah
Terroristi
Ying Ji-802
| inviato da nichisus il 10/11/2009 alle 1:38 | |
28 ottobre 2009
Monforte: il pozzo delle memoria in cui trovarono rifugio gli ebrei
http://www.grandain.com/informazione/dettaglio.asp?id=27720
 Le cantine dell'Azienda Fantino
Foto: Anna Montanaro
Monforte -
Monforte diventa luogo della memoria. Dal pozzo situato in una stradina
del centro storico, nella zona del ghetto ebraico, durante la Seconda
Guerra Mondiale un gruppo di ebrei riuscì a sfuggire ai rastrellamenti
calandovisi dentro per raggiungere i sotterranei della Cantina di
proprietà dell'Azienda Agricola Alessandro e Gian Natale Fantino,
barolisti in Monforte. Questi cunicoli che oggi custodiscono preziose
annate di Barolo sono diventati luogo della memoria e di preghiera.  l'ingresso del pozzo
Fascismo
Nazismo
Memoria
| inviato da nichisus il 28/10/2009 alle 10:27 | |
3 ottobre 2009
BUYcott Israel
http://www.facebook.com/home.php?ref=logo#/group.php?gid=99402904210 Messaggio del 02 ottobre 2009 di Sara Saber amministratrice del Gruppo Facebook “Buycott Israel” Il progetto BUYcott Israele trae le sue origini dall’attivismo creativo del movimento locale e popolare. Nella primavera del 2008, l’associazione Canada-Israele Comitato della Regione del Pacifico, presieduto dal Dott. Michael Elterman, è venuto a conoscenza che era stato creato un picchetto rivolto ai negozi di liquore che stavano vendendo vini israeliani.Il gruppo spedisce quindi una raffica di email a tutti i suoi sostenitori, chiedendo loro di comprare il vino israeliano proprio il giorno in cui era stato organizzato il picchetto. Gli scaffali sono state svuotati dal vino in brevissimo tempo ed il picchetto ed il boicottaggio sono stati così sconfitti. Pochi mesi dopo, gli attivisti anti-israeliani di Vancouver hanno deciso anche qui di boicottare il vino israeliano. Questa volta, i negozi sapendo che avrebbero avuto molti clienti, si erano riforniti di maggiori quantità di vino. Come fatto precedentemente la comunità locale ha risposto in massa all’acquisto di tutte le scorte di vino. In entrambi i casi, gli attivisti pro-Israele hanno comunicato il loro successo a tutta la comunità di Vancouver.
Non ci sono stati più da allora a Vancouver altri tentativi di picchettare o boicottare il vino israeliano. La stessa tattica del contro-boicottaggio è stata attuata - riscuotendo pari successo - durante la primavera 2009 in un'iniziativa condotta da UJA di Toronto. UJA ha adottato il logo BUYcott per il loro contro-boicottaggio coronato con successo. Nella primavera del 2009, i membri sostenitori canadesi, comprendenti il Canada-Israel Committee, il Canadian Jewish Congress Pacific-Region e la Federazione Ebraica del Greater Vancouver hanno adottato il metodo del contro-boicottaggio coinvolgendo il Mountain Equipment Co-op, un grossista canadese con sede a Vancouver. Ancora una volta, il boicottaggio è fallito. Nel giugno del 2009, il progetto BUYcott Israele è stato proposto per creare un gruppo flessibile, permettendo una rapida risposta alle nuove iniziative di boicottaggio e per divulgare le vittorie conseguite. Il sito BUYcott Israele e le pagine su Facebook hanno cominciato la loro attività nella metà di settembre 2009 http://www.buycottisrael.ca/about.php http://it.wikipedia.org/wiki/Buycott http://twitter.com/buyisrael ------------------------------------------------- Tradotto in italiano da M.acca
Buycott Israele
| inviato da nichisus il 3/10/2009 alle 21:41 | |
13 settembre 2009
Comitato contro l’Antisemitismo - Nirenstein: “Necessario predisporre strumenti concreti”
http://moked.it/blog/comitato-contro-l%E2%80%99antisemitismo-nirenstein-necessario-predisporre-strumenti-concreti/
È in visita a Roma il comitato direttivo della Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo (ICCA), organizzazione che riunisce i rappresentanti delle assemblee legislative di oltre quaranta paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Russia, Canada, Australia, Sud Africa e molti Stati europei.
Il suo intento è di promuovere misure concrete per combattere l’antisemitismo in ogni sua forma ed espressione.
Invitati dall’onorevole Fiamma Nirenstein (nell’immagine), vicepresidente della Commissione affari Esteri alla Camera, sono John Mann, presidente della Commissione parlamentare inglese contro l’antisemitismo, Irwin Cotler, presidente della Commissione parlamentare canadese contro l’antisemitismo, il tedesco Gert Weiskerchen, e il ministro israeliano per la diplomazia e gli affari della diaspora Yuli Edelstein, membri del Comitato direttivo dell’ICCA, di cui anche la Nirenstein fa parte, insieme allo statunitense Chris Smith.
Una visita importante, dal programma fitto, in cui il Comitato direttivo, oltre a compiere una valutazione del lavoro svolto dalla Coalizione fino a questo momento, incontrerà il presidente della Camera Gianfranco Fini, e poi, accompagnato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, si recherà alla Fondazione per il Museo nazionale della Shoà. Il programma prevede un incontro con il Presidente della Fondazione, Leone Paserman, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, e l’assessore alla Cultura Ucei Victor Magiar.
L’onorevole Fiamma Nirenstein, di ritorno dalla Svezia dove ha preso parte alla riunione delle Commissioni esteri dei paesi dell’Unione Europea, di cui lo stato scandinavo detiene questo semestre la presidenza, spiega l’importanza di questa organizzazione.
Onorevole Nirenstein, com’è nata la Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo?
L’ICCA ha avuto il suo atto di fondazione in una conferenza che si è tenuta a Londra nel febbraio scorso, come risposta a una situazione che vede una vertiginosa insorgenza in Europa e nel mondo di episodi, atti, dichiarazioni di stampo antisemita. La conferenza ha avuto un grande successo e ha prodotto un documento in cui tutti i parlamentari partecipanti hanno sottoscritto un forte impegno a vigilare e combattere l’antisemitismo. È stato proprio a Londra che il ministro degli Esteri Frattini ha per la prima volta ipotizzato la non partecipazione dell’Italia alla conferenza di Ginevra, già allora ribattezzata Durban II, e il suo intervento è stato accolto con grande entusiasmo dall’assemblea.
Con quali intenti è stata promossa la riunione di oggi?
Quello di oggi vuole essere un incontro prettamente pratico e funzionale a organizzare il lavoro dei prossimi mesi. Abbiamo bisogno di muoverci in fretta e di disporre di strumenti concreti. Per questo vogliamo andare avanti rispetto a quanto abbiamo raggiunto a Londra, in previsione di una nuova conferenza della Coalizione che si terrà in Canada nel 2010. Puntiamo tra l’altro ad allargare il numero dei paesi partecipanti, e anche quello dei membri del comitato direttivo.
Qual’è la situazione dell’antisemitismo in Europa, anche alla luce di quello che è successo nel paese che ora ne detiene la presidenza, la Svezia, dove lei è appena stata protagonista di un duro confronto col ministro degli Esteri Bildt, a proposito dell’articolo uscito qualche tempo fa sul quotidiano Aftonbladet, in cui l’esercito israeliano è stato accusato di uccidere palestinesi per utilizzarne gli organi?
La situazione in Europa è preoccupante, considerando che gli episodi di antisemitismo continuano ad aumentare, specie in alcuni paesi, tra cui quelli del Nord Europa. In Svezia ho approfittato di questo incontro per chiedere al ministro Bildt quale sia l’approccio del suo paese al problema del dilagare dell’antisemitismo. Lui non solo si è risentito della mia domanda, sostenendo che ci sia l’intento di limitare la libertà di espressione della stampa svedese, ma ha negato addirittura l’esistenza del problema dell’insorgere dell’antisemitismo, cosa di una gravità inaudita. Penso sia molto importante riuscire ad ottenere una presa di posizione contro l’antisemitismo da parte di questa Presidenza di turno della Ue, e confido che l’ICCA possa contribuire in tal senso.
Lei è stata per tanti anni ed è tuttora una giornalista che si occupa da vicino del problema dell’antisemitismo e dell’ostilità verso Israele. Che legame pensa che ci sia tra il modo in cui i mezzi di comunicazione si occupano di Israele e l’antisemitismo?
Il rapporto è strettissimo. Ritengo che in Europa il conflitto arabo-israeliano venga trattato in maniera estremamente parziale. Anche in questo senso la Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo si è impegnata, attraverso il suo documento ufficiale, a dare il proprio contributo.
Com’è invece la situazione nel nostro paese?
Anche in Italia gli episodi di antisemitismo sono in aumento. Tuttavia non si può dire che la nostra sia una nazione in cui l’ostilità antiebraica sia particolarmente diffusa. La situazione da noi è migliore rispetto a molti altri paesi europei, anche grazie a una immigrazione islamica numericamente meno consistente, che invece altrove ha portato a un aumento vertiginoso dell’antisemitismo, come è successo per esempio in Francia.
Ci tengo anche a precisare il Comitato direttivo dell’ICCA si occuperà del Museo nazionale della Shoah che sorgerà a Roma, incontrando i responsabili del progetto, anche per lanciare il segnale di come l’impegno per ricordare e combattere il negazionismo, in Italia e nel mondo, rappresenti una priorità fondamentale.
Rossella Tercatin
Clicca qui per leggere la relazione di Betti Guetta (CDEC) sulla conferenza di Londra, del febbraio 2009, che ha visto nascere l’ICCA
antisemitismo
| inviato da nichisus il 13/9/2009 alle 2:54 | |
|