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Diario


15 gennaio 2010

Mobbing ad una straniera

http://www.dols.net/magazines_news.php?id_micro=57&id_sub=10013&id_news=1890
di Cinzia Ficco

Solo perchè diversa. Intervista a Anat Hila Levi, ebrea israeliana

Guarda ai fatti di Rosarno, in  Calabria, con tristezza. Perché lei ci è passata, pur non avendo la pelle nera. Aveva solo la colpa di non mangiare carne di maiale, non mescolare latte e carne, prepararsi allo shabbat, riposarsi il sabato e venire da Tel Aviv. “Da qualche anno – racconta- le cose sono cambiate. E la piccola comunità di italiani in provincia di Pordenone che mi ospita da tredici anni, si è fatta più accogliente. Ma agli inizi ho dovuto sopportare maltrattamenti, umiliazioni, mobbing, che mi hanno costretta a dimettermi. Poi Dio mi ha trasmesso una forza indescrivibile per affrontare persino il dolore dell’allontanamento della mia famiglia d’origine.

Sono le parole di
Anat Hila Levi, 45 anni, israeliana, madre di due gemelline di dodici anni, presidente dell’Associazione Pordenonese Italia-Israele, sorta nel 2002, e che oggi studia al collegio rabbinico di Roma per conseguire la laurea italiana. Insegnante di lingua ebraica ha vinto un concorso del ministero della Difesa per insegnare la lingua ad un ufficiale che assumerà un incarico diplomatico.

L’abbiamo intervistata.
Sono venuta in Italia il 27 febbraio del ‘97 Per amore di mio marito. Vivo in un piccolo comune del Friuli Venezia Giulia, di ventimila abitanti. 
In Israele ero “Atudait''.

Cioè?
Dopo aver studiato chimica e un anno di Astronomia all’Istituto Weitzman, a diciott’anni, con altri studenti delle superiori, ho avuto il permesso del ZHL, esercito israeliano, di continuare a studiare per conseguire il diploma di perito chimico. Poi  avrei svolto il servizio militare obbligatorio.
Sono stata in Mezpe Ramon nel deserto del Neghev, aeronautica per due anni.
Dopo ho lavorato nella ricerca in una ditta di medicinali in Israele. Mi sono occupata di un farmaco per il cuore. Poi  ho lavorato come assistente finanziaria, avendo anche il diploma in ragioneria. La sera studiavo giornalismo.
Successivamente mi sono iscritta all’Università, alla facoltà di economia e commercio.
Ora studio al collegio rabbinico di Roma, per la laurea italiana.

Mi parla della sua famiglia?
Mia madre
ha fatto la guerra del 1948. Era un’eroina e mio padre un diplomatico, ma i miei genitori hanno divorziato e non ho mai avuto rapporti con mio padre, se non per tre volte in questi ultimi anni.
Dopo il matrimonio mi sono occupata delle mie figlie.  Quando le bambine hanno raggiunto i tre anni,  per meglio integrarmi in Italia, ho cercato e trovato lavoro nel commercio.

Poi?
La nuova direttrice dell’ufficio in cui lavoravo ha cominciato a farmi mobbing. Mi insultava ed umiliava di fronte a colleghi e clienti, che talvolta rifiutavano di parlare con me, perché straniera.
Una volta in direzione, ho sentito alle mie spalle una collega che diceva: “Sporca ebrea.
Al lavoro mi hanno detto che provocavo  ansia. Ho sentito dire al lavoro: Ti facciamo rimanere, basta che non fai terrorismo qui
Il direttore generale mi diceva che loro non mi avrebbero mai accettata e che mi conveniva cercare un altro lavoro. Così mi sono dimessa dopo cinque  anni di lavoro e due di mobbing pesante.
 
All’inizio dunque, ha avuto molte difficoltà!
C’era c’è molta curiosità intorno a me. Ho sentito dire che ero  venuta in Italia, perché in Israele c’è guerra, per lavoro e per avere la cittadinanza italiana da matrimonio.
Ho sentito dire che sarei scappata con le bambine, perché ero straniera.
Gli amici si sono allontanati, perché ero diversa, espansiva, forte di altri pensieri. Quando facevo dei regali ai loro bambini, mi guardavano male. Era strano per loro. Avevano paura di dover ricambiare in qualche modo.
Ho sentito dire che io potevo solo pulire mensole, perché non conoscevo la lingua italiana.

Ma perché secondo lei?
Penso che avessero paura, ero diversa e qui, tredici anni fa non c’erano tanti stranieri come ora.
Per loro uno straniero è un povero, uno che non ha studiato. E non è sempre cosi.
Nei negozi dove entravo per possibili acquisti, capitava mi dicessero che l’articolo costava tanto, come se sapessero quanto potevo spendere. Questi sono pregiudizi che come dice Martin Buber derivano dalla mancanza di esperienza.
Certo, mangio in modo diverso, mi occupo della casa, vivo la vita di coppia e di famiglia, in modo diverso. Educo le bimbe a valori differenti. Ma il rispetto deve esserci sempre.

Da chi veniva il disprezzo nei suoi confronti?
Da gente di sinistra e destra. Anzi, più dalle persone di sinistra. Io vengo dalla sinistra di Israele e facevo parte del partito “Meretz'' .
Ma penso che qui l’informazione su Israele non sia corretta.
Però, non ho trovato solo male. Ho conosciuto molte persone care. che amano Israele e gli ebrei, che conoscono molti aspetti poco noti dell’ebraismo. Il rifiuto deriva spesso da stereotipi come l’accusa di deicidio nei confronti di Gesù e altri pregiudizi.
Ognuno vive come e secondo la sua cultura e la sua religione. Se dico che non mangio maiale per la mia religione non va bene. Le cose cambiano, se adduco motivi di salute. Ma perché succede questo e non si è liberi?

E lei cosa dice?
Spesso mi dicevano che vivendo in Italia, dovevo vivere come italiana cristiana, e che dovevo trattare mio marito e le mie figlie con i principi cristiano-cattolici. Eppure avevo cambiato usi e costumi, al punto che in Israele notavano un mio cambiamento ed io ero a disagio in certi loro comportamenti che erano una volta a me comuni.

Cosa dovrebbero imparare gli italiani?
Ho trovato in Italia anche persone che mi hanno parlato male dei musulmani solo perché li ritengono nostri avversari. Ma Israele non vuole essere amata, perché si odiano i suoi nemici, vuole essere amata per quanto ha di buono e apprezzabile. Gli israeliani come me, quelli che sono nati in Israele, sono detti “Sabre'', fico d’India. Con le spine fuori, ma con una grande dolcezza interiore.
Noi ebrei in Israele siamo finalmente liberi di vivere senza persecuzioni e pogrom. Siamo tornati nella terra dei nostri padri, che Dio ha dato a Mosè per il nostro popolo prescelto come popolo sacerdotale. Ora in quelle terre possiamo difenderci da coloro che vogliono distruggerci oggi come in passato. Noi vogliamo solo vivere in pace con tutti e secondo le nostre millenarie tradizioni. Ma c’è stato sempre qualcuno che ci ha voluto distruggere.

Dalla sua famiglia ora non riceve amore!
E’ vero che la maggior parte della mia famiglia ha raffreddato i rapporti con me, forse per il fatto che ho sposato un non ebreo e per aver lasciato Israele. Ma sono molto sionisti (ricordo che il termine indica un sentimento nazionalistico e patriottistico finalizzato a dare uno stato libero agli ebrei della diaspora nella loro terra biblica) e anche religiosi osservanti. Mio nonno era il rabbino capo della comunità ebraica dell’Azerbaijan. E’ difficile però condividere un tale atteggiamento.
Gli Israeliani spesso si atteggiano a vittime
Gli israeliani non fanno le vittime, a volte sono vittime: di attentati,  missili,  false accuse,  antisemitismo spesso mascherato da antisionismo, ignoranza e disinformazione.
Per capire un popolo bisogna conoscerlo. Io stessa mi sono informata, ho ricercato e studiato la popolazione locale con la quale dovevo convivere. Tra l’altro ho avuto la possibilità di scrivere alcuni brani dell’Agenda friulana del 2007 e del 2008: luoghi ebraici in Friuli. E facendo queste ricerche negli archivi, ho trovato molte similitudini tra friulani ed ebrei. Entrambi migranti, entrambi vessati ed invasi.
 
Quanto pesa essere figlia di un’eroina?
La mia mamma è entrata giovanissima nelle formazioni del Palmach per patriottismo, lasciando la sua famiglia che ignorava la sua nuova vita. Lei durante la guerra del 1948 prestava soccorso in prima linea ai combattenti ed è stata protagonista di molti atti eroici per aiutare i feriti, lei stessa fu ferita.
Figlia di una gran donna, sono cresciuta in un ambiente impregnato di valori e ricordi, tra personaggi di primo piano della storia d’Israele.
La mia mamma mi ha trasmesso nobili sentimenti, ma ho imparato che dalla guerra non escono vincitori e vinti, bensì dolore, lutti e vittime.
La mia missione è far conoscere la realtà israeliana e la cultura ebraica. Di qui l’idea dell’Associazione.
Lei ha visto morire  Yitzhak Rabin.
 Era la sera del sabato sera 4 novembre del ‘95,  stavamo preparando la manifestazione per la pace in Kikar Malchi Israel a Tel Aviv. Passai a prendere un mio collega. In piazza avevamo disposto un banchetto. Cominciammo a distribuire magliette con la scritta: “la strada per la pace. Nell’aria c’erano amore, pace, serenità. Che bella sensazione! Era bello, tante persone, palloncini, musica, voci e canti.  Il mio Ytzach salì sul palco e alla fine tutti cantarono la canzone della pace. Era tardi e io dovevo finire alcuni lavori per l’Università, ma volevo salutarlo e camminavo verso il palco per poi proseguire verso casa. All’improvviso, spari. Urla, Vidi Rabin crollare. Gli avevano sparato.

Conflitto israelo-palestinese!
Questo è un lungo conflitto di torti e ragioni. Io, ebrea nata e cresciuta in Israele, sono sempre stata educata al rispetto del prossimo e anche del nemico, mai ad odiare. Ai nostri bambini viene insegnato il valore della vita di tutti che va difesa e vissuta. Dall’altra parte quotidianamente i messaggi di odio, terrore e disprezzo della vita passano sui mezzi di comunicazione e persino sui libri scolastici. I bambini palestinesi vengono educati all’odio contro gli ebrei, definiti scimmie e maiali da massacrare anche sacrificando la propria vita. Sui loro libri, lo stato di Israele non esiste, tutte le città israeliane sono indicate come arabe (persino Tel Aviv che è stata fondata sulle dune sabbiose cento anni orsono da famiglie ebree), Gerusalemme viene indicata come araba. Questo piccolo stato, Israele, la cui nascita è stata votata dall’Onu nel 1948, doveva dividere con un nuovo stato arabo a ovest del Giordano ciò che rimaneva della Palestina mandataria inglese, dopo che dalle ceneri dell’impero ottomano (non da stati palestinesi mai esistiti) si erano già costituiti: la Giordania (quindi stato arabo palestinese già esistente) e l’Iraq, per non dire nella zona francese della Siria e del Libano.

Diceva del piccolo Stato ì
Voleva essere il focolare del popolo ebraico perseguitato da duemila anni, cioè da quando era stato scacciato da quelle terre dai Romani che ne distrussero il Tempio, Gerusalemme e massacrarono gran parte della popolazione.
Gli arabi, che in fondo sono un unico popolo (la nazione araba) hanno molti stati, dal Marocco all’Iraq, che si estendono su territori vastissimi, non vogliono un piccolo stato ebraico tra loro, bensì eventualmente un altro stato arabo. 
Israele invece sin dalla proclamazione di indipendenza ha accettato una piccola porzione di territorio su cui vivere in pace accanto ai vicini arabi e ha chiesto agli arabi che risiedevano dentro i suoi confini di rimanere e costruire il futuro a fianco degli ebrei. In cambio ha avuto guerra e terrorismo.
Oggi su sette milioni di abitanti, vivono in Israele un milione e mezzo di arabi che sono cittadini e godono di pieni diritti civili e religiosi come tutti gli altri (tranne l’onere e l’onore di far parte delle forze di difesa per motivi di sicurezza).
Negli stati arabi invece dopo i vari conflitti, gli ebrei sono stati quasi o interamente espulsi e discriminati.
Ora la situazione sul terreno a sessant’anni dalla rinascita di Israele è complicata, ma per un reciproco riconoscimento al diritto di esistere, di vivere in pace all’interno di confini concordati e riconosciuti è necessaria una separazione tra vicini che porti a una coesistenza se non ancora a una collaborazione.
Pensiamo per un momento se gli arabi avessero accettato nel 1948 la nascita di uno stato palestinese a fianco di quello ebraico. Avremmo due stati prosperi e avanzati, invece di guerre, lutti e dolore.
Io stessa e il mio partito politico abbiamo sempre cercato il dialogo con gli arabi e Arafat, ma quest’ultimi hanno continuato a perdere tutte le occasioni storiche per avere uno stato.

E gli errori di Israele?
Anche Israele ha fatto degli errori, ma sempre per la difesa della sua sopravvivenza e mai nel tentativo di distruggere gli altri.
Quindi bisogna educare i bambini alla vita e alla pace e non all’odio. Solo così avremo delle generazioni che potranno sostituire quelle rovinate da tenebrose propagande, da anni di odio inculcato sin dalla culla.


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25 dicembre 2009

Il Natale dei cristiani di Betlemme

http://www.ilfoglio.it/zakor/365
Il Natale dei cristiani di Betlemme
di Giulio Meotti


Abbiamo scritto tanto sulla persecuzione dei cristiani di Betlemme per mano del fondamentalismo islamico. I cristiani se ne stanno andando, esausti, dalla città di Gesù, o ci vivono in una condizione di tragica minorità. Sui mezzi di informazione cattolici il fenomeno, le rare volte in cui viene raccontato, è additato alla discriminazione imposta da Israele. La verità, come più volte abbiamo anche noi tentato di spiegare, è ben esposta da Daniel Schwammenthal sul Wall Street Journal. Sessan'anni fa i cristiani qui erano l'80 per cento della popolazione, oggi meno del 20.

P.S. Nella fotografia preghiera islamica nella piazza della mangiatoia a Betlemme. Dimostrazione di potere e superiorità sugli "infedeli".


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13 novembre 2009

Straordinariamente, Naftule Brandwein proposto da Sparks e Cohen

http://www.055news.it/notizia.asp?idn=33135
13/11/2009

Ascoltare Naftule Brandwein sul palco, a metà degli anni ’30, avvolto dai suoi costumi sgargianti, con appese al collo decine di lampadine natalizie, e magari proprio quella sera che prese la scossa durante un concerto,deve essere stata un’esperienza memorabile. Un bel tipo davvero Naftule, con qualche vizio di troppo certo, forse un pò esuberante, ma pur sempre l’unico vero klezmer man, con il klezmer nel sangue. Verrebbe da immaginarselo raccontato in un fumetto di Robert Crumb, piuttosto che in un aspro racconto di Raymond Carver... e proprio aquel Naftule che giocava con il neon della scritta della sua orchestra, verrà dedicato il concerto di stasera al Pinocchio Jazz di Firenze, quando Tim Sparks e Greg Cohen (chitarra e contrabbasso) presenteranno il disco "Little Princess", edito per la Tzadik, con dei nuovi speciali arrangiamenti del repertorio di Naftule, a firma di due tra i più grandi fuoriclasse della scena contemporanea.

Greg Cohen è uno dei più apprezzati artisti della scena internazionale, membro dei gruppi Masada, punta di diamante della scuderia Tzadik di John Zorn, e già al fianco di artisti come Tom Waits. Dal 2000 suona insieme al virtuoso chitarrista Tim Sparks, originario del North Carolina, ma residente a Fargo, nel North Dakota,“lontano da tutto”, come dicono i suoi amici. Proprio quella Fargo resa celebre dal film dei fratelli Coen.
Appassionato di blues e border line music, Sparksha approfondito le mille sfaccettature della musica ebraica in una serie di progetti della collana Radical Jewish Culture, ultimo dei quali, Little Princess, dedicato al clarinettista klezmer Naftule Brandwein, il tradizionale repertorio del quale viene sapientemente arrangiato in chiave ventunesimo secolo, su frequenze di struggente armonia e seducente arguzia come solo i fuoriclasse sanno fare.     
Tim Sparks vince  nel 1993 il campionato di fingerstyle che si svolge in Kansas con dei particolari arrangiamenti di una suite dello Schiaccianoci di Tchaikovsky. Da quel  momento è stata un’ascesa continua e una affermazione nell’olimpo tra i più grandi chitarristi al mondo. Inventore di una tecnica e di uno stile tutto suo, Sparks riesce a fare tesoro anche di numerose tradizioni musicali, facendo del “viaggio” la linfa per la sua vena creativa. Dai Balcani al Mediterraneo, Sparks spazia da repertori romeni o albanesi, fino a progetti classici e atmosfere con venature blues.  Dal suo ingresso nella scuderia Tzadik di John Zorn (nel 1999), con la quale ha già inciso cinque dischi, ha approfondito lo studio delle radici musicali ebraiche, diventandone oggi uno dei maggiori conoscitori e interpreti.  

I suoi arrangiamenti delle musiche di Naftule Brandwein insieme al contrabbassista Greg Cohen, sono uno dei momenti più alti in assoluto da quando il jazz ha incontrato la musica ebraica. 
Greg Cohen ha suonato e registrato in vari storici gruppi degli anni ’60, dimostrandosi in più occasioni un artista senza eguali. Solo per citare alcuni musicisti con cui ha suonato o con cui collabora stabilmente: Ornette Coleman, Bill Frisell, John Zorn, and Dave Douglas, solo per citarne alcuni. La sua esperienza  musicale viaggia però oltre i semplici confini del jazz, lo cercano infatti in ambito rock gruppi come i Rolling Stones, Lou Reed e Laurie Anderson,diventando inoltre una colonna e un punto fermo delle formazioni stellari di Tom Waits fin dall’album Heart attack and Vine del 1980.
    
Naftule Brandwein, (1884–1963) è oggi riconosciuto come uno dei  più influenti clarinettisti di origini ebraiche della Storia del Klezmer. Nato in Ucraina in una numerosa famiglia di artisti, Naftule era destinato a lasciare il segno nella Storia della musica, il padre infatti suonava il violino per sbarcare il lunario ai matrimoni e ai funerali, e la maggior parte dei suoi tredici figli erano come lui musicisti, tra i quali Azriel, che diventerà col passare degli anni, il vero ispiratore per il piccolo Naftule, che una volta emigrato negli Stati Uniti (1908) all’età di diciannove anni, si affermerà nello scenario musicale anche come direttore di un’importante orchestra, arrivando addirittura ad autoproclamarsi il “Re della musica ebraica”, “The King of Jewish Music”.

Tra il 1922 e il 1927 incide circa 25 album, alcuni con la Abe Schwartz's orchestra, altri da solista; ma la sua fama mondiale, a dire il vero era più legata al mito, al personaggio, alla sua eccentrica e colorita personalità, più che al suo effettivo talento musicale. La sua esuberanza lo portò comunque a contendersi con Barras, lo scettro del più importante musicista klezmer della prima metà del XX secolo ma è anche vero che la sua reputazione artistica veniva spesso preceduta dalla fama del suo carattere irascibile e dal suo amore per l’alcol.
La sua ultima registrazione risale al 1941, dopodichè una carriera silenziosa e nascosta, che non lo ha più visto emergere, anche perché l’effettiva riscoperta delle tradizioni klezmer è avvenuta solo nel 1970, a sette anni dalla sua morte. Oggi, nonostante tutto, i più grandi appassionati del genere non hanno dubbi,l’unico vero sound klezmer, quello “originale", era quello di Naftule!

Straordinariamente ...
Venerdì 13 Novembre 2009
Pinocchio Live Jazz - XVI edizione  
"Little Princess"
TIM SPARKS - GREG COHEN suonano le musiche di Naftule Brandwein, presentazione del cd edito per la Tzadik
inizio concerto ore 22.00  
Tim Sparks - chitarra
Greg Cohen - contrabbasso  


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10 novembre 2009

La Jihad Islamica a Gaza

http://www.desinfos.com/spip.php?page=article&id_article=15828&id_document=1336#documents_portfolio

Venerdì, decine di migliaia di palestinesi si sono riuniti per una manifestazione a Gaza in occasione dell’anniversario della morte del fondatore del movimento della Jihad islamica ucciso 15 anni fa.

Il Jerusalem Post riferisce che durante la manifestazione, il leader de gruppo, Nafez Azzam, ha esortato i manifestanti a rifiutare i negoziati con Israele.

Il movimento della Jihad islamica, che è stato fondato nella Striscia di Gaza nel 1970 da Fathi Shikaki e Abd Al Aziz Awda, è una derivazione della Jihad islamica egiziana.

La Jihad islamica è classificata come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea (dal 2001). Usufruisce di un supporto finanziario molto importante da parte dell'Iran e di un supporto logistico da parte della Siria e di Hezbollah. Tutto ciò le consente, partendo da Siria e Libano. di lanciare attacchi e  attentati suicidi contro cittadini israeliani e incoraggiare il terrorismo a Gaza e in Cisgiordania.

Vedere le foto della manifestazione qui:
http://www.bivouac-id.com/forum/viewtopic.php?t=20490

http://www.paltoday.com/arabic/News-61827.html

http://www.paltoday.com/arabic/News-61808.html

http://www.paltoday.com/arabic/News-61814.html


http://www.paltoday.com/arabic/News-61788.html



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10 novembre 2009

Venti di guerra in Medio Oriente

http://www.altrenotizie.org/esteri/2813-venti-di-guerra-in-medio-oriente.html

di Eugenio Roscini Vitali Martedì 10 Novembre 2009

L’allarme è stato lanciato dal Generale Amos Yadlin, capo dell’Agaf HaModiin (Aman), l’intelligence militare israeliana: il braccio armato di Hamas avrebbe a disposizione un numero imprecisato di razzi di fabbricazione iraniana con un raggio d’azione di 37 miglia (60 chilometri), capaci quindi di raggiungere la periferia di Tel Aviv. Nel corso di un dibattito a porte chiuse, Yadlin ha riferito alla Commissione Difesa e Affari Esteri della Knesset che il primo novembre i miliziani del gruppo islamico palestinese hanno compiuto con successo il test di un missile identificato come Silkworm C-802, lanciato sul Mediterraneo dalla costa occidentale della Striscia di Gaza.

Anche se l’Aman non ha precisato da chi sarebbe stato fornito il missile, la notizia, diffusa il 3 novembre scorso dalla stampa israeliana, confermerebbe i sospetti espressi nei mesi scorsi dai servizi segreti ebraici sulle intenzioni di Teheran di continuare ad armare il Medio Oriente, e in particolare Hamas ed Hezbollah. Secondo le informazioni in possesso, i militanti islamici sarebbero ora in grado di colpire le aree urbane che sorgono a sud della capitale israeliana (? No Tel Aviv non è la capitale di Israele), Hulon e Bat-Yam, la città di Rishon-Letzion, l’aeroporto internazionale Ben-Gurion e i principali collegamenti stradali che da Tel Aviv raggiungono Gerusalemme e molte alte località dell’entroterra.

Evoluzione del modello da esportazione del missile cinese Ying-Ji-802 (YJ-82), il Silkworm C-802 è lo stesso razzo con cui Hezbollah, il 15 luglio 2006, ha colpito e danneggiare seriamente (nell’attacco morirono quattro militari) la INS Hanit, una corvetta classe Saar 5 della Heil HaYam HaYisraeli, la Marina Militare israeliana. A causa delle innumerevoli modifiche tecniche apportate, oggi non è abbastanza chiaro quante versioni ne esistano e quale sistema d’arma sia nelle mani Hamas: il primo YJ-8 (C-801), presentato nel 1989 dalla China Haiying Electromechanical Technology Academy (Cheta), pesava 815 chilogrammi ed aveva un range di 42 chilometri, 80 per il modello YJ-81 (C-801A).

L’ultimo modello (YJ-82, indicato dalla NATO con il codice CSS-N-8 Saccade) è mosso da un motore turbo-jet, monta una testata da 165 chilogrammi e alla velocità massima di 0.9 mach (1102 km/h) raggiunge una distanza di 120 chilometri. Per le sue caratteristiche tecniche e per il sofisticato sistema  anti-jamming è difficilmente intercettabile e nel 98% dei casi riesce a centrare l’obbiettivo; nella sua versione da esportazione (C-802), lo Ying-Ji-802 è utilizzato dalle marine militari di Algeria, Bangladesh, Indonesia, Iran (più di cinquanta quelli dislocati sull’isola di Qeshm), Pakistan, Tailandia ed in Libano dai miliziani del movimento sciita Hezbollah.

L’intelligence israeliana sospetta che il missile lanciato nei giorni scorsi dal braccio armato di Hamas, le brigate Ezzedin al-Qassam, sia stato contrabbandato da Hezbollah e che gli istruttori siano militanti del gruppo sciita libanese. Il segnale è comunque chiaro: armare il movimento islamico palestinese per interrompere il blocco navale imposto da Gerusalemme sulle acque prospicienti la Striscia di Gaza; una strategia già applicata con successo nel paese dei cedri dove, grazie ai missili iraniani, Hezbollah è risuscito a trasformare la costa libanese in una vera e propria roccaforte, la più difesa costa del Mediterraneo. A Gerusalemme sono inoltre preoccupati del fatto che, oltre all’area urbana di Tel Aviv, i palestinesi sono ora in grado di colpire le strutture militari e i porti, soprattutto quello di Ashdod, oltre che un numero non precisato di obiettivi strategicamente importanti come depositi carburanti e munizioni, centrali elettriche e nodi vitali per le telecomunicazioni. Nel 1987 l’Iran usò proprio questo tipo di missili per bombardare le istallazioni petrolifere in Kuwait.

In relazione al contrabbando di armi verso Gaza, alla fine di ottobre il sito israeliano Debka aveva parlato del coinvolgimento della Forza al Quds, l’unità speciale dei Guardiani della rivoluzione iraniana che all’estero organizza, addestra, finanzia ed equipaggia i movimenti islamici legati al terrorismo internazionale. Secondo l’intelligence dello Stato ebraico i miliziani del Generale Qassem Suleimani starebbero cercando di far arrivare nella Striscia di Gaza i missili di superficie Fajr-5, razzi che hanno una gittata di 75 chilometri e possono quindi arrivare a colpire l’area settentrionale della capitale israeliana. Smontati in 8-10 sezioni e portati clandestinamente fino ai porti del Sudan, i vettori arriverebbe ai campi di addestramento palestinesi che sorgono al confine con l’Egitto per poi raggiungere clandestinamente i Territori controllati da Hamas attraverso il Canale di Suez, il Sinai e i tunnel sotterranei di Rafah.

Che nel vicino Medio Oriente qualche cosa bolla in pentola lo provano anche i fatti accaduti tra il 3 e il 4 novembre scorso a largo di Cipro, fatti che secondo il Servizio di sicurezza generale per gli affari interni (Shin Bet) dimostrano come Teheran sia fermamente intenzionata ad armare non solo Hamas ma anche le milizie Hezbollah. Nel quadro dell’operazione “Four Species”, durante un’ispezione a bordo del cargo “Francop”, avvenuta a circa 100 miglia dalla costa dello Stato ebraico, i commandos della Flottiglia 13, unità speciale israeliana, hanno trovato un carico di 500 tonnellate di armi, un quantitativo 10 volte superiore a quello scoperto nel gennaio 2002 sulla Karin A. Sulla nave, battente bandiera dell’Antigua, sono stati rinvenuti 9 mila proiettili da mortaio, 3 mila munizioni  d’artiglieria, 2 mila razzi da 122 e 107 millimetri, 600 mila proiettili 7.62 per fucili d’assalto AK47 e 20 mila granate a frammentazione. Un vero arsenale che per le autorità di Gerusalemme si va ad aggiungere a quello che da mesi alimenta il gruppo armato libanese. 

In questo caso le armi sarebbero arrivate nel porto egiziano di Damietta (Dumyat) a bordo della Iranian Visea, nave di proprietà della Iran Shipping Lines (IRISL): il carico, imbarcato a Bandar Abbas (Stretto di Hormuz) o a Bandar Imam Khomeini (Golfo Persico), è salpato il 14 ottobre per  il Mediterraneo; dopo aver fatto tappa a Jabel Ali (Dubai), il 26 ottobre la Visea avrebbe raggiunto il porto egiziano e, dopo aver scaricato i container, sarebbe ripartita per Felixtowe, 60 chilomentri a nord di Londra, ed Amburgo. In Egitto il carico è rimasto fino al 1°novembre, giorno in cui viene caricato sul Francop, nave mercantile di proprietà della compagnia tedesca Francop Schiffahrts GmbH & Co, che al momento della scoperta delle armi dichiarerà di non essere stata a conoscenza del materiale trasportato. Intercettato il 4 novembre, il cargo, abitualmente utilizzato per il trasporto di alimentari tra il Damietta, Limassol (Cipro), Beirut (Libano) e Latakia (Siria), viene scortato nel porto israeliano di Ashdod e sottoposto a nuove ispezioni. Riprenderà il mare il giorno successivo.
 
Tornando al missile lanciato dalle coste palestinesi, Hamas nega ogni cosa e considera le accuse del Generale Amos Yadlin una “macchinazione” per creare nell’opinione pubblica un allarme generalizzato, un tentativo malriuscito per depistare l’attenzione della comunità internazionale dalle 575 pagine che compongono il rapporto Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. Due giorni dopo la notizia sul lancio del missile palestinese, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite avrebbe infatti votato una risoluzione di condanna contro le forze armate israeliane, accusate di aver compiuto crimini di guerra contro i civili che abitano la Striscia, e contro i miliziani di Hamas, colpevoli di  aver  puntato i loro razzi contro la popolazione ebraica del Neghev.

Approvata a maggioranza (114 Paesi a favore, 18 contrari e 44 astenuti),  la risoluzione non ha comunque scalfito le posizioni di Israele, che ha anzi ribattuto affermando che il rapporto Goldstone è un tentativo arabo di infangare la reputazione dei capi militari ebraici ed ha invitato l’Onu a concentrare la sua attenzione sulle violazioni iraniane alle risoluzioni 1747 e 1701 del Consiglio di Sicurezza.

II 6 novembre 2009 il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha dichiarato: “Durante l’Operazione Piombo Fuso, Israele ha dato prova di alto livello morale e anche in futuro intende difendere la popolazione dalla minaccia dei razzi in possesso dei suoi vicini; Israele respinge la risoluzione dell'Assemblea Generale dell'Onu che è completamente avulsa dalla realtà che Israele deve affrontare sul terreno”.

L'operazione militare Piombo Fuso ha avuto inizio il 27 dicembre del 2008; l’invasione via terra della Striscia di Gaza è partita il 3 gennaio 2009; la guerra si è conclusa il 18 gennaio; sono morti 1203 palestinesi di cui 410 bambini; migliaia i feriti, molti con dei quali in modo irreversibile; 5300 le persone che hanno subito l’amputazione di un arto; 13 gli israeliani che hanno perso la vita, quasi 200 i feriti.

Il 7 novembre il leader di Hamas, Khaled Meshaal, ha invitato il presidente palestinese Mahmoud Abbas a interrompere ogni tentativo di compromesso con Israele e gli ha proposto di mettere fine alle divisioni tra i palestinesi: “il compromesso con Israele, nato con gli accordi di Oslo del 1993, ha fallito nel tentativo di bloccare l’espansione degli insediamenti israeliani e non ha sostenuto i palestinesi nello stabilire un loro stato indipendente nelle terre occupate dagli ebrei con la guerra del 1967; qualunque leader palestinese creda realmente nel diritto al ritorno, deve sapere che l’unico modo per  farlo non è attraverso i negoziati, ma con la lotta santa, la resistenza e l'unità nazionale”.


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28 ottobre 2009

Monforte: il pozzo delle memoria in cui trovarono rifugio gli ebrei

http://www.grandain.com/informazione/dettaglio.asp?id=27720


Le cantine dell'Azienda Fantino Foto: Anna Montanaro

Monforte - Monforte diventa luogo della memoria. Dal pozzo situato in una stradina del centro storico, nella zona del ghetto ebraico, durante la Seconda Guerra Mondiale un gruppo di ebrei riuscì a sfuggire ai rastrellamenti calandovisi dentro per raggiungere i sotterranei della Cantina di proprietà dell'Azienda Agricola Alessandro e Gian Natale Fantino, barolisti in Monforte. Questi cunicoli che oggi custodiscono preziose annate di Barolo sono diventati luogo della memoria e di preghiera.


l'ingresso del pozzo


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3 ottobre 2009

BUYcott Israel

http://www.facebook.com/home.php?ref=logo#/group.php?gid=99402904210

Messaggio del 02 ottobre 2009 di Sara Saber amministratrice del Gruppo Facebook “Buycott Israel”

Il progetto BUYcott Israele trae le sue origini dall’attivismo creativo del movimento locale e popolare. Nella primavera del 2008, l’associazione Canada-Israele Comitato della Regione del Pacifico, presieduto dal Dott. Michael Elterman, è venuto a conoscenza che era stato creato un picchetto rivolto ai negozi di liquore che stavano vendendo vini israeliani.

Il gruppo spedisce quindi una raffica di email a tutti i suoi sostenitori, chiedendo loro di comprare il vino israeliano proprio il giorno in cui era stato organizzato il picchetto. Gli scaffali sono state svuotati dal vino in brevissimo tempo ed il picchetto ed il boicottaggio sono stati così sconfitti.

Pochi mesi dopo, gli attivisti anti-israeliani di Vancouver hanno deciso anche qui di boicottare il vino israeliano. Questa volta, i negozi sapendo che avrebbero avuto molti clienti, si erano riforniti di maggiori quantità di vino. Come fatto precedentemente la comunità locale ha risposto in massa all’acquisto di tutte le scorte di vino.

In entrambi i casi, gli attivisti pro-Israele hanno comunicato il loro successo a tutta la comunità di Vancouver.

Non ci sono stati più da allora a Vancouver altri tentativi di picchettare o boicottare il vino israeliano.

La stessa tattica del contro-boicottaggio è stata attuata - riscuotendo pari successo - durante la primavera 2009 in un'iniziativa condotta da UJA di Toronto. UJA ha adottato il logo BUYcott per il loro contro-boicottaggio coronato con successo.

Nella primavera del 2009, i membri sostenitori canadesi, comprendenti il Canada-Israel Committee, il Canadian Jewish Congress Pacific-Region e la Federazione Ebraica del Greater Vancouver hanno adottato il metodo del contro-boicottaggio coinvolgendo il Mountain Equipment Co-op, un grossista canadese con sede a Vancouver. Ancora una volta, il boicottaggio è fallito.

Nel giugno del 2009, il progetto BUYcott Israele è stato proposto per creare un gruppo flessibile, permettendo una rapida risposta alle nuove iniziative di boicottaggio e per divulgare le vittorie conseguite. Il sito BUYcott Israele e le pagine su Facebook hanno cominciato la loro attività nella metà di settembre 2009

http://www.buycottisrael.ca/about.php

http://it.wikipedia.org/wiki/Buycott

http://twitter.com/buyisrael

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Tradotto in italiano da M.acca


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13 settembre 2009

Comitato contro l’Antisemitismo - Nirenstein: “Necessario predisporre strumenti concreti”

http://moked.it/blog/comitato-contro-l%E2%80%99antisemitismo-nirenstein-necessario-predisporre-strumenti-concreti/

È in visita a Roma il comitato direttivo della Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo (ICCA), organizzazione che riunisce i rappresentanti delle assemblee legislative di oltre quaranta paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Russia, Canada, Australia, Sud Africa e molti Stati europei.
Il suo intento è di promuovere misure concrete per combattere l’antisemitismo in ogni sua forma ed espressione.
Invitati dall’onorevole Fiamma Nirenstein (nell’immagine), vicepresidente della Commissione affari Esteri alla Camera, sono John Mann, presidente della Commissione parlamentare inglese contro l’antisemitismo, Irwin Cotler, presidente della Commissione parlamentare canadese contro l’antisemitismo, il tedesco Gert Weiskerchen, e il ministro israeliano per la diplomazia e gli affari della diaspora Yuli Edelstein, membri del Comitato direttivo dell’ICCA, di cui anche la Nirenstein fa parte, insieme allo statunitense Chris Smith.
Una visita importante, dal programma fitto, in cui il Comitato direttivo, oltre a compiere una valutazione del lavoro svolto dalla Coalizione fino a questo momento, incontrerà il presidente della Camera Gianfranco Fini, e poi, accompagnato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, si recherà alla Fondazione per il Museo nazionale della Shoà. Il programma prevede un incontro con il Presidente della Fondazione, Leone Paserman, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, e l’assessore alla Cultura Ucei Victor Magiar.
L’onorevole Fiamma Nirenstein, di ritorno dalla Svezia dove ha preso parte alla riunione delle Commissioni esteri dei paesi dell’Unione Europea, di cui lo stato scandinavo detiene questo semestre la presidenza, spiega l’importanza di questa organizzazione.
Onorevole Nirenstein, com’è nata la Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo?
L’ICCA ha avuto il suo atto di fondazione in una conferenza che si è tenuta a Londra nel febbraio scorso, come risposta a una situazione che vede una vertiginosa insorgenza in Europa e nel mondo di episodi, atti, dichiarazioni di stampo antisemita. La conferenza ha avuto un grande successo e ha prodotto un documento in cui tutti i parlamentari partecipanti hanno sottoscritto un forte impegno a vigilare e combattere l’antisemitismo. È stato proprio a Londra che il ministro degli Esteri Frattini ha per la prima volta ipotizzato la non partecipazione dell’Italia alla conferenza di Ginevra, già allora ribattezzata Durban II, e il suo intervento è stato accolto con grande entusiasmo dall’assemblea.
Con quali intenti è stata promossa la riunione di oggi?
Quello di oggi vuole essere un incontro prettamente pratico e funzionale a organizzare il lavoro dei prossimi mesi. Abbiamo bisogno di muoverci in fretta e di disporre di strumenti concreti. Per questo vogliamo andare avanti rispetto a quanto abbiamo raggiunto a Londra, in previsione di una nuova conferenza della Coalizione che si terrà in Canada nel 2010. Puntiamo tra l’altro ad allargare il numero dei paesi partecipanti, e anche quello dei membri del comitato direttivo.
Qual’è la situazione dell’antisemitismo in Europa, anche alla luce di quello che è successo nel paese che ora ne detiene la presidenza, la Svezia, dove lei è appena stata protagonista di un duro confronto col ministro degli Esteri Bildt, a proposito dell’articolo uscito qualche tempo fa sul quotidiano Aftonbladet, in cui l’esercito israeliano è stato accusato di uccidere palestinesi per utilizzarne gli organi?
La situazione in Europa è preoccupante, considerando che gli episodi di antisemitismo continuano ad aumentare, specie in alcuni paesi, tra cui quelli del Nord Europa. In Svezia ho approfittato di questo incontro per chiedere al ministro Bildt quale sia l’approccio del suo paese al problema del dilagare dell’antisemitismo. Lui non solo si è risentito della mia domanda, sostenendo che ci sia l’intento di limitare la libertà di espressione della stampa svedese, ma ha negato addirittura l’esistenza del problema dell’insorgere dell’antisemitismo, cosa di una gravità inaudita. Penso sia molto importante riuscire ad ottenere una presa di posizione contro l’antisemitismo da parte di questa Presidenza di turno della Ue, e confido che l’ICCA possa contribuire in tal senso.
Lei è stata per tanti anni ed è tuttora una giornalista che si occupa da vicino del problema dell’antisemitismo e dell’ostilità verso Israele. Che legame pensa che ci sia tra il modo in cui i mezzi di comunicazione si occupano di Israele e l’antisemitismo?
Il rapporto è strettissimo. Ritengo che in Europa il conflitto arabo-israeliano venga trattato in maniera estremamente parziale. Anche in questo senso la Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo si è impegnata, attraverso il suo documento ufficiale, a dare il proprio contributo.
Com’è invece la situazione nel nostro paese?
Anche in Italia gli episodi di antisemitismo sono in aumento. Tuttavia non si può dire che la nostra sia una nazione in cui l’ostilità antiebraica sia particolarmente diffusa. La situazione da noi è migliore rispetto a molti altri paesi europei, anche grazie a una immigrazione islamica numericamente meno consistente, che invece altrove ha portato a un aumento vertiginoso dell’antisemitismo, come è successo per esempio in Francia.
Ci tengo anche a precisare il Comitato direttivo dell’ICCA si occuperà del Museo nazionale della Shoah che sorgerà a Roma, incontrando i responsabili del progetto, anche per lanciare il segnale di come l’impegno per ricordare e combattere il negazionismo, in Italia e nel mondo, rappresenti una priorità fondamentale.

Rossella Tercatin

Clicca qui per leggere la relazione di Betti Guetta (CDEC) sulla conferenza di Londra, del febbraio 2009, che ha visto nascere l’ICCA

 


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permalink | inviato da nichisus il 13/9/2009 alle 2:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Il dovere di ricordare
 
A pagina 1 di Informazione Corretta del 2005-10-16, Deborah Fait firma un articolo dal titolo «Il dovere di ricordare»

Venti anni fa il 16 ottobre 1986 il navigatore Ron Arad scomparve in Libano dopo esservi atterrato con il suo aereo, a tutt'oggi risulta disperso.


La possibilita' che Ron Arad sia vivo ha sconvolto tutti!
In tutti questi anni, sapendo quello che fanno gli arabi ai prigionieri israeliani, quante volte abbiamo sperato che fosse morto, morto per non soffrire, morto per non essere torturato.
Era cosi' giovane, con quel suo viso sorridente di bravo ragazzo di famiglia, poi, dopo molti anni abbiamo rivisto una sua fotografia diffusa dai terroristi hezbollah: il suo viso era magrissimo, sofferente, coperto da una folta barba nera. Gli occhi febbrili parevano gridare "Aiutatemi".
Non ti abbiamo aiutato, Ron, non abbiamo fatto abbastanza per te, non siamo riusciti a strapparti dalle mani di quei barbari che ti tengono prigioniero.
Alcuni giorni fa tre iraniani fuggiti dal loro paese, hanno detto di averlo visto vivo meno di tre anni fa e hanno raccontato l'orrore della sua prigionia.
Un orrore senza fine.
Ron Arad fu catturato nel 1986 dopo che il suo F16 precipito' in territorio libanese. Il suo compagno fu salvato dagli israeliani mentre il destino si mise subito contro Ron il cui beeper si ruppe nella caduta impedendo alle teste di cuoio israeliane di trovarlo. Fu catturato e da allora non si e' piu' saputo niente di lui nonostante i tentativi di Israele di riaverlo. Fu subito venduto tra bande : da Hezbollah a Hamas, da Hamas ad Amal, dal Libano in Siria, dalla Siria in Iran. Anni di orrore e di patimenti indescrivibili e adesso siamo venuti a sapere che gli iraniani gli hanno fatto fare una terribile operazione alla spina dorsale rendendolo paraplegico per impedirgli di scappare.
Si, avete letto bene! Lo hanno reso paraplegico e questo e' stato fatto nel paese il cui Presidente e' stato ricevuto con tutti gli onori in Quirinale, in Campidoglio e in Vaticano.
Quando Ron e' stato catturato aveva 20 anni, aveva una bambina di pochi mesi, una moglie giovanissima, un avvenire dorato. Oggi la sua bambina e' una ragazza di 19 anni, gli assomiglia. La mamma di Ron e' morta un paio d'anni fa col dolore di non averlo mai potuto riabbracciare e in questo caso il destino e' stato benevolo perche' le ha risparmiato la notizia delle torture bestiali cui e' stato sottoposto il figlio.
Ogni anno in Israele, nel giorno che ricorda la sua cattura, volano verso il cielo migliaia di palloncini azzurri con la scritta :Free Ron Arad!
Tutti portiamo sul petto un nastrino azzurro per ricordarlo.
La speranza e' che Ron sappia che non lo abbiamo dimenticato, che non e' solo con la sua grande tragedia, che lo rivogliamo a casa!
Chissa' se qualcuno dei suoi guardiani, forse meno bestiale degli altri, gli avra' detto che in Israele non lo abbiamo dimenticato e che ci sono tanti amici in tutto il mondo che si battono per lui.
Chissa' se capira' che sono solo i Capi quelli che se ne fregano, i Capi Importanti di questo mondo schifoso, le Organizzazioni Umanitarie, Amnesty International , i Pacifinti, questi sono quelli che se ne fregano di lui ma noi no, noi non lo abbiamo dimenticato!
Carmine Monaco, consigliere della federazione Italia-Israele scrive:
"Un simile orrore deve essere portato a conoscenza dell'opinione pubblica, a cominciare da quei "pacifisti" che difendono questi regimi neonazisti barbari e criminali, ma soprattutto occorre che ne parli la stampa italiana ed europea e che se ne interessi la politica e la diplomazia.....
Occorre pensare ad iniziative concrete, dato che qualsiasi appello al governo iraniano rimarrebbe inascoltato come le proteste dei poveri studenti iraniani.
Anche se hanno tagliato le ali di Ron, noi vogliamo, possiamo, dobbiamo provare a restituirgliele, riportandolo almeno a casa.
Per favore, aiutiamolo!"

E' un appello cui tutti devono aderire in nome della civilta', dell'umanita, della giustizia.
E' un appello che deve arrivare alla Comunita' Europea, alle Nazioni Unite, e' un appello che non deve restare inascoltato.
Alcuni anni fa, come presidente di Italia-Israele, avevo fatto partire una campagna di sensibilizzazione, avevamo stampato 5000 cartoline da mandare al segretario dell'ONU ma tutto fu inutile e i nostri appelli rimasero inascoltati. La Croce Rossa Internazionale non si e' mai occupata di questo caso cosi' umano e tragico ma anche, ahime', cosi' "israeliano" da impedire al mondo di provare pieta' e da convincere le organizzazioni umanitarie che fosse meglio non occuparsene per non urtare la sensibilita' araba!
Non bisogna rendere nervosi gli arabi, perdiana! Hanno tagliato la spina dorsale a un ebreo? hanno reso paraplegico un israeliano? e chi se ne frega!
Questa volta pero' il mondo deve starci a sentire e se Ron e' vivo, se Ron e' veramente vivo deve essere riportato a casa, sua figlia lo deve rivedere, suo fratello Hen che da 19 anni si batte per lui deve riabbracciarlo.
Tutta Israele deve riabbracciare Ron Arad.
Questa volta dovranno starci a sentire :
Ridiamo le ali a Ron Arad! Riportiamolo a casa!

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